Un pensiero da Budapest

IMG_20170404_162818Mio piccolo bimbo che stai per compierti, oggi il tuo papà è tornato da un breve soggiorno a Budapest e ci ha portato questo bellissimo pensiero. Bellissimo perché ci siamo io e te, insieme, ma bellissimo soprattutto perché io e te, insieme, eravamo nei suoi pensieri. Al ritorno dai suoi viaggi mi ha sempre portato qualcosa, a volte una calamita (sono tutte appese li, sul nostro frigorifero, e presto potrai vederle e toccarle), a volte una t-shirt, a volte un paio di orecchini, insomma, ha sempre pensato a me. Ma questa volta il suo viaggio è stato diverso perché nei suoi pensieri c’eravamo noi. Anche per me è stato diverso perché c’eri tu ad aspettarlo con me e quando finalmente stamattina è tornato lo abbiamo abbracciato assieme. In questi ultimi giorni ho sorriso molto. Tua nonna Rosaria questa domenica ha compiuto gli anni, così sabato ho fatto la borsa, ho messo pettorina e guinzaglio a Nembo e siamo partiti per Salerno. Ancora non ho l’auto quindi ci siamo andati in metropolitana – treno – altra metropolitana, io, tu e Nembo, e lo stesso abbiamo fatto al ritorno. Mentre passavamo da una stazione a un’altra mi sembrava di poter uscire fuori da me per vedermi dall’esterno e l’immagine che mi si componeva davanti agli occhi era bellissima e felice: una donna, un pancione e un cane in giro per la Campania e il mio pensiero è volato a quando tu sarai tu, non più un pancione, e ce ne andremo in giro per stazioni, aeroporti e città. Altra immagine in formazione: una donna, un uomo, un bimbo e un cane vagabondi alla conquista di nuovi luoghi e nuovi paesaggi. Perché è questo che siamo, dei vagabondi. E lo sarai anche tu. Non facciamo altro che andare in giro, sia per lavoro che per svago, abbiamo sempre un borsone tra le mani e Nembo tra i piedi e la sensazione continua di traslocare. Ti piacerà questa vita! Avrei voluto mostrare a Marcello quell’immagine stupenda che avevo davanti a me, mi sembrava di poter allungare la mano e toccarci, eravamo già tutti e quattro li, tutti e quattro reali, un futuro già presente, un futuro meraviglioso. E sorridevo, camminando, senza un motivo apparente. E’ da quando sono bambina che sono una vagabonda, ce l’ho nel sangue e amo questa vita, non avrei potuto viverla diversamente e sebbene alle volte ci si senta un po’ stanchi la voglia di fermarsi dura solo un istante, per poi lasciare il posto a una rinnovata necessità di muoversi e viaggiare. Per la maggior parte delle persone dovrebbe essere arrivato il momento per me di fermarmi, di rimanere a casa, di riposarmi e di passare ad una vita normale ma proprio il fatto che stai arrivando tu mi ha dato nuova linfa, nuova carica, nuova voglia di girare per permettere anche a te di scoprire il gusto del viaggio, della scoperta, del cielo sulla testa, dell’imprevisto e, alla fine, del riposo. Solo così potrai amare e desiderare ogni singolo luogo del mondo, con le sue contraddizioni e le sue diversità, superando la stupida convinzione che una cultura sia meglio o peggio dell’altra. Solo così potrai capire che la vera sicurezza non sta nell’avere un tetto, sempre lo stesso, sulla testa, ma nella consapevolezza di essere in grado di affrontare qualunque imprevisto, qualunque novità, qualunque sfida. Solo così imparerai che ogni febbre serve a renderci più forti, che ogni caduta ci insegna a stare meglio in equilibrio e che ogni esperienza apparentemente negativa reca con se il seme di un apprendimento. Tutto questo ho imparato nel mio continuo vagabondare e l’ho imparato prestissimo, grazie a mia madre che, esattamente come me, non ha mai pensato che una donna incinta sia una donna in condizioni di svantaggio o che un  bimbo piccolo sia una una creatura da difendere nella fortezza di una casa. E tutto questo mi è servito per affrontare a testa alta tutte le difficoltà che, dopo, la vita mi ha riservato. La forza che ho mostrato a me stessa nel superare le macerie della guerra tra i miei genitori e poi nel perseguire ad ogni costo la mia strada, è stata così grande che di tanto in tanto ho creduto di essere invincibile. Ma non lo ero e le fratture che mi portavo dentro prima o poi dovevano cedere. E’ successo tra il 2011 e il 2012, quando la stanchezza per la morte di nonna Margherita, di Blu e di Nina, per i problemi di salute di mia madre e per le difficoltà economiche che affliggevano sia lei che me hanno preso il sopravvento. E’ allora che sono crollata, e nella maniera peggiore. Gli attacchi di panico si sono impadroniti di me e improvvisamente quella luce che mi portavo dentro si è spenta lasciandomi in balia del buio totale, così totale da creare il vuoto assoluto e da farmi desiderare di morire. In quell’oscurità mi convincevo che non sarei mai più tornata alla vita, che nessuna luce si sarebbe mai più riaccesa e che nulla avrebbe mai più potuto significare qualcosa. All’inizio mi sembrava di morire, quegli attacchi si presentavano ovunque e in qualsiasi momento della giornata e, in qualunque situazione mi trovassi, la sequenza era la stessa: sgomento, tremito smisurato, cuore a mille, impossibilità di deglutire, paralisi totale delle gambe e lacrime. Così accadeva di ritrovarmi in queste condizioni nel bel mezzo della stazione di Napoli, in metropolitana, mentre facevo la spesa ecc. Alcune cose erano diventate impossibili da fare: andare in auto, mangiare cibi nuovi, bere bevande alcoliche… il panico si legava alle cose più normali, proprio a quelle che avevo sempre fatto, rendendomi praticamente un’inetta. Ovunque andassi calcolavo la distanza dall’ospedale più vicino e costruivo nella mia mente la mappa delle strade che mi ci avrebbero condotto nel più breve tempo possibile, non mi azzardavo più a bere una birra e vivevo nell’angoscia totale ogni più piccolo spostamento in auto. Ma la pianta cresce anche al buio e quello che non sapevo è che i semi della forza e dell’indipendenza gettati nella mia prima infanzia erano li, pronti a germogliare ancora non appena avessero percepito la più piccola goccia d’acqua, non appena avessero trovato una motivazione. Così piano piano, dando la mano a me stessa come avevo imparato a fare negli anni della separazione, ho compreso i motivi più profondi di quel cedimento e ho imparato a vivere in compagnia di quel panico rendendolo poco a poco più umano, fino ad imparare a conviverci come si fa con un membro della famiglia con cui non si va per nulla d’accordo ma col quale tuttavia, stando sotto lo stesso tetto, bisogna avere a che fare. Pian piano l’ho umanizzato e reso piccolo, sempre più piccolo fino a riuscire a rinchiuderlo in una scatolina. Ma era con me, non me ne separavo mai. Così quello che è seguito a quegli anni di buio non è stato benessere, piuttosto uno stare a galla. Non serenità, piuttosto un equilibrio precario. Dovevo controllare continuamente che quel parente antipatico non mi facesse lo scherzo di uscire dalla scatola ed era faticoso, assorbiva le mie energie e non me ne lasciava per tornare alla vita felice e produttiva che facevo prima. La mancanza di una motivazione non mi spronava a fare di più, a raggiungere nuovi traguardi. Tutto sommato mi trascinavo. Fino a quando non sei arrivato tu. Quando ho scoperto di te il mio primo pensiero è andato a quella scatola, temevo che le paure e le preoccupazioni legate alla tua presenza avrebbero nuovamente scatenato il panico, che esso non mi avrebbe consentito di essere un adulto in grado di fare il genitore, che non mi avrebbero permesso di avere l’equilibrio che ci vuole per crescere un bambino ma era esattamente il contrario. Più tu ti facevi strada dentro di me più io guardavo quella scatola come qualcosa da cui potermi separare. Più tu diventavi reale nel mio corpo e nella mia mente più io recuperavo me stessa e quella forza che mi sembrava di aver perso. Tu eri acqua e luce e quei semi si preparavano a germogliare di nuovo. Tu eri la motivazione più profonda che potessi trovare e quella positività che mi era propria si preparava a investirmi come un onda di piena che arriva solo ogni cent’anni ma che, quando arriva, sconvolge un intero territorio cancellando le brutture costruite dall’uomo e rinnovando la vita della natura. Come quell’onda di piena hai cancellato il panico e la stanchezza e ora che il fiume è calmo nuovi semi stanno germogliando. Non so se sia così per tutte le donne ma questa mia gravidanza, questa mia attesa di te, è stata energia pura e finalmente, dopo 5 anni di non me, insieme a te sto venendo alla vita anche io, alla mia vita, e non c’è più niente che possa fermarmi. Sono determinata a gettare in te quegli stessi semi che hanno sostenuto la mia esistenza per renderti forte allo stesso modo e di più, per sapere che se un giorno cadrai avrai come me la capacità di rialzarti, per insegnarti che quanto più profonda è stata la tristezza tanto più grande sarà la felicità.