Essere diversi

865heenwtn-adoro-quelli-che-si-sentono-fuori-posto-con-loro-mi-sento-sempre-nel-posto-giusto_bMio piccolo bimbo che stai per compierti, molto spesso nella mia vita ho riflettuto sulla diversità, fin da quando ero bambina, da principio temendone le ripercussioni, poi cogliendone la ricchezza. Io stessa ero una “diversa”, una “strana”, una “particolare”. Tanto per cominciare ogni santa domenica mia madre mi faceva il bagno, mi metteva a sedere sulla lavatrice e, armata di un bel paio di forbicione, dichiarava vittoria sui miei capelli neri e folti accorciandoli fino a scongiurare ogni rischio di ribellione. Qualche volta era così agguerrita che non le bastava  di averli domati e allora uscivo dal bagno con i capelli non solo cortissimi ma addirittura a spazzolino. Questo non poteva che conferirmi una certa mascolinità e a quell’età se sei femmina e porti i capelli così come minimo appari un pò strana. In più non sopportava i trucchi, i vestitini rosa, le scarpette lucide e tutto ciò che verrebbe comunemente definito “da femminucce”, così la mancanza di rosa, di fiocchi e di frusci, sommata ai miei capelli, mi rendeva decisamente maschia. Il fatto poi di essere stata cresciuta al riparo da qualunque condizionamento religioso e di non essere battezzata mi rendeva semplicemente un’extraterrestre agli occhi degli altri. Agli occhi di tutti gli altri. A questo si aggiungevano il mio carattere riservato, il mio smisurato amore per i libri, per la natura e per gli animali, la mancanza di una tv in casa, e quella solitudine che, già all’epoca, si affacciava nella mia vita. Cosa c’entra tutto questo? C’entra perché il mio carattere riservato si traduceva in una socializzazione puntiforme e selezionata: all’interno della classe non socializzavo con tutti ma solo con quei due, tre bambini che mi erano più congeniali; il mio smisurato amore per i libri, per la natura e per gli animali, insieme alla mancanza della tv nella nostra casa, mi rendevano completamente disinteressata e disinformata rispetto alla gran parte delle cose che interessavano agli altri bambini. Non conoscevo gli ultimi giochi, le ultime serie, guardavo i cartoni solo un’oretta del pomeriggio dalla nonna e l’unica cosa che desideravo fare era starmene in giardino (dove i giochi li inventavo da me) e, la domenica, andare nel bosco con mia madre. Tornavamo sempre a casa con un bel mazzetto di ciclamini e con un carico di esperienze e osservazioni che gli altri bambini, più cittadini, non potevano neppure immaginare. Del resto io non ci provavo neppure a raccontare del ragno peloso che mi si era arrampicato sui pantaloni o del lombrico che avevo scovato tra le foglie marce, di certo il più lungo del mondo! Certo, avevo anche io dei giochi, ma erano pochi e li usavo ancor meno. Più che altro mi piaceva mettere ogni volta che potevo un soldino nel salvadanaio e, quando arrivavo più o meno a 20.000 lire, raccoglievo tutte quelle monete in un sacchetto e andavo al negozio di giocattoli vicino casa a scegliere il gioco che mi ero meritata, di solito un peluche o una Barbie. Infine già all’epoca mia madre e mio padre non c’erano mai, lavoravano fuori casa tutto il giorno, io rientravo sola da scuola (gli altri bambini al contrario avevano sempre qualcuno che li attendeva all’uscita) e trovavo una casa vuota e buia, le imposte chiuse e assolutamente niente sul fuoco. Stiamo parlando della scuola elementare ma ero già perfettamente in grado di cucinarmi qualcosa di semplice, così a mangiare mangiavo, ma i compiti… ecco, ero una a cui nessuno faceva vedere i compiti e così, semplicemente, non li facevo. E questo mi rendeva diversissima dagli altri bambini perché ai loro occhi, e anche agli occhi degli adulti, se non fai i compiti sei un bambino cattivo. Se poi sei femmina la cosa diventa assolutamente imperdonabile. Mi sono sempre domandata perché poi all’epoca ancora non andassi a mangiare dalla nonna… non l’ho mai chiesto ma suppongo che mia madre non volesse far pesare a Nonna Margherita la sua assenza e la nostra presenza. Solo più tardi cominciai a stare da lei. Più tardi, già, quando ormai quella strana situazione si era caricata di consapevolezza e aveva cominciato a generare un flusso continuo e crescente di sofferenza, solitudine, senso di abbandono, vuoto incolmabile ecc. Ah, e non dimentichiamo l’abbigliamento! A casa di soldi ne giravano pochi, a volte non ne giravano affatto e io ero l’ultima di 6 cugini. Il risultato? Ero l’ultima ad indossare gli abiti comprati dalla prima e passati di cugino in cugino fino a me. Fuori tempo, fuori moda, a volte anche fuori taglia. E fidati se ti dico che si vedeva. Si vedeva così tanto che in prima media le compagne di classe, tutte più perfette di me, tutte più normali di me e tutte già instradate sul cammino dell’omologazione, mi etichettarono come una pezzente. Quel giorno tornai a casa piangendo e scongiurai mia madre di farmi cambiare classe ma non osai dirle il motivo, ero troppo orgogliosa e già il solo fatto di piangere e avanzare una simile richiesta mi mortificava fin dentro il midollo. Così sono rimasta in quella classe per i due anni e mezzo che rimanevano per finire le scuole medie. E non parliamo delle vacanze! Tutti d’estate andavano in vacanza, tutti tranne io, così a settembre, quando ci si rincontrava e si faceva a gara a raccontarsi la propria strabiliante estate, io mi ritraevo e cominciavo l’anno così, in solitudine. Ovviamente un tale percorso non poteva  a che rendermi un tantino introversa. Il mio abbigliamento, unito a tutto il resto (tranne i capelli, che intanto ero diventata abbastanza grande da impormi almeno su quello e avevo deciso di farli crescere), dava un quadro disastroso che da nessun altro adolescente poteva essere perdonato. Per fortuna non avevo i brufoli ed ero carina. Gli altri si, li avevano, ed erano brutti. Punto a favore, almeno non chiudevo la partita proprio a zero. Ma insomma quello che voglio dire è che io mi sono sentita diversa per tutta la vita, e non solo diversa ma disadattata. E non solo mi ci sono sentita… lo ero, lo ero a tutti gli effetti! Ho passato tutta la vita a sentirmi fuori posto fra gli altri, non c’era contesto sociale in cui mi sentissi a mio agio se non la famiglia di mio padre in Sicilia, che viveva in campagna e faceva cose molto più simili a quelle che facevo o che avrei voluto fare io. Quando ero li trascorrevo lunghe ore da sola ad osservare i passeri, le mantidi e le zolle di terra nera e trovavo la mia pace così, in solitudine, cullata dai suoni, dai profumi e dai colori della natura. Passavo molto del mio tempo in una dimensione interiore da cui studiavo attentamente il mondo, le persone e i loro modi di comportarsi, di reagire, di valutare (il più delle volte di giudicare), ero un’osservatrice attenta di tutto ciò che succedeva attorno a me e ne coglievo le sfumature e proprio questo mi dava un contatto col mondo che molti altri non avevano. Mi rendevo conto che molti vivevano in superficie e misuravo il mio vivere in profondità, percepivo di trovarmi su un piano sfalsato, quasi in una dimensione parallela ed ero consapevole del fatto che la mia realtà, sebbene vissuta nello stesso tempo e negli stessi luoghi, non era la stessa realtà che vivevano gli altri. Capivo che ero diversa e lo capivano anche loro e tutti gli sguardi, le sottolineature e i bisbigli, alla lunga, hanno cominciato a farmi apparire quel mio essere differente come qualcosa di negativo. Così da più grande, nel periodo delle scuole superiori, ho cominciato a lasciare sulla strada me stessa nel tentativo di conformarmi e di apparire normale. Per qualche anno ho dimenticato la natura, i libri, l’interiorità e ho cominciato a fare ciò che facevano i miei coetanei: andare in discoteca, uscire, fare cose con i ragazzi ecc. Ma non ero io, mio piccolo bimbo che stai per compierti, era solo un’ombra di me e non ha funzionato, perché ciò che sei ritorna sempre e ritorna prepotentemente, creando rotture e sofferenze. Così mi sono ripresa la mia diversità, che in tutta onestà mi sembrava meglio di quella vita di superficie, e ne ho fatto una bandiera. Da quel momento in poi ho fatto pace con me stessa e mi sono messa a seguire la mia strada nonostante tutto, nonostante tutti. Ho lasciato la scuola, ho cominciato a lavorare e ho fatto ogni genere di lavoro e con i pochi soldi che guadagnavo me ne andavo in montagna la domenica, acquistavo le mie prime guide di campo e, per un pò, ho anche avuto un cavallo, ma prima di questo mi sono fatta bocciare un paio di volte altrimenti tua nonna non mi avrebbe mai consentito di abbandonare gli studi. Poi mi sono resa conto che se non avessi finito il mio percorso scolastico non sarei stata mai nessuno e avrei lavorato tutta la vita per un padrone, così senza smettere di lavorare ho ripreso a studiare e ho conseguito il diploma studiando da privatista. Poi addirittura mi sono iscritta all’università, a Scienze della Natura ovviamente, e dove altrimenti? Intanto, per mantenere la mia indipendenza economica e psicologica da mia madre, continuavo a sgobbare tutti i fine settimana in un ristorante e, sempre nei fine settimana, di giorno facevo volontariato nell’Oasi di Persano. Volontariato che pian piano si è trasformato nelle prime attività lavorative, nel primo contrattino ecc. Ovviamente, con tutte le cose che facevo, non brillavo negli studi e studiavo praticamente solo quello che mi piaceva e, altrettanto ovviamente, tua nonna vedeva solo l’aspetto negativo legato allo studio, non quello positivo legato al lavoro, all’esperienza e all’aver trovato una dimensione più mia. Non hai neanche idea delle critiche e dei giudizi che ho dovuto sopportare quando ho cominciato a impegnarmi nelle Oasi. Tutto ciò che facevo agli occhi di mia madre era una perdita di tempo, una sciocchezza, un’inutilità. E questo, ovviamente, non poteva non farmi soffrire. Tua nonna, dopo avermi cresciuto nella diversità, all’improvviso avanzava la pretesa che io mi trovassi un lavoro normale! O peggio, che conducessi una vita normale! Ma io ero un cavallo di razza piccolo mio e una volta al galoppo chi poteva fermarmi? Così ho corso, ho corso come non avevo mai fatto prima inseguendo le mie passioni, i miei sogni e il genere di esistenza che volevo condurre e ho vinto. Ho vinto una vita che è proprio la mia e una me in pace con le proprie decisioni. Ho vinto tutti gli amici che oggi mi circondano, il contesto sociale ricco e movimentato che io stessa mi sono costruita e nel quale, finalmente, mi sento a posto, il lavoro che volevo, una vita a contatto con la natura, il legame con Marcello e, oggi, vinco anche te. Quando penso a te però tutto questo un po’ mi preoccupa. Dal primo momento in cui hai preso forma dentro di me mi sono interrogata su che effetto avrà su di te e sulla tua vita la mia diversità e su quanto tu stesso sarai differente dagli altri bambini. Anche tu ti sentirai fuori posto, disadattato? Anche tu ti sentirai sempre altro? Temo proprio di si, perché già da ora che ti porto in grembo non sei un bimbo con una vita normale. Probabilmente nessuno dei compagni che incontrerai a scuola sarà tanto vagabondo quanto te, nessuno vivrà come te sempre con uno zaino in spalla, sempre avanti e indietro tra l’Oasi, casa, casa di nonna a Salerno e quella di nonna a Mugnano, borghi, riserve e montagne e probabilmente nessun tuo coetaneo avrà il bagaglio di esperienze che avrai tu perché mentre la maggior parte di loro sarà costretto a una vita tra casa, palestra e feste al chiuso, tu sarai libero di crescere con le stelle sulla testa e le mani sporche di terra, col sapore della pioggia in bocca e il fresco del vento tra i capelli, saprai cosa vuol dire tuffarsi nell’acqua gelida di un fiume e camminare a piedi scalzi nell’erba, correre in bici sotto un acquazzone e dormire in una tenda durante un campo di inanellamento in montagna, avere per compagne le altre specie e  per palestra la natura e a differenza di molti di loro vedrai il mondo, tutto il mondo, come un caleidoscopio di meraviglie da scoprire e non come un crogiolo di pericoli da cui sottrarsi. Crescerai nella consapevolezza che ciò che é diverso da te è bello e affascinante e che se tutto fosse uguale non ci sarebbe divertimento e non ci sarebbe stupore, che questa diversità sostiene la vita, che niente e nessuno è migliore o più importante di nessun altro e che siamo tutti portatori di ricchezza, quali che siano le nostre forme, i nostri colori e le nostre scelte. Mio piccolo bimbo che stai per compierti, avrai la forza di cercare te stesso? Sarai in grado di accettare e apprezzare questa tua diversità cosí come quella degli altri? Di farne la tua forza, di avere il coraggio di viverla? Sarò in grado io di accompagnarti su quel sentiero che per prima ho percorso? Sarò capace di farti capire che quanto più esso è tortuoso, quanto più ti ferisce i piedi, tanto più dolci saranno i luoghi in cui ti condurrà? Oggi ho trovato questo articolo, scritto da un papà che si stava interrogando come me sulla diversità di se dagli altri genitori e del proprio bimbo dagli altri bambini ed è stato bello leggere le sue parole, sapere che ci sono genitori che, come me, comprendono il valore di questa diversità e seguono la propria strada nonostante tutto tutto, nonostante tutti. Forse tu sarai coraggioso e consapevole di te stesso proprio come il suo bambino e forse io sarò coraggiosa e consapevole proprio come lui. Fino ad allora sarà su quel sentiero che ci incammineremo, perché senza la diversità questo mondo neppure esisterebbe.

Annunci