Un po’ per noi

Oggi siamo stati a Salerno a trovare la nonna cosí io e Marcello abbiamo approfittato della sua presenza per uscire un po’ da soli. Ti abbiamo lasciato con lei e siamo andati a vedere i gabbiani e il mare in tempesta. Lo sai, io adoro il mare in tempesta e quando l’Irno scarica quintali di fango rendendo marroni le onde e i gabbiani impazziscono facendo mille acrobazie nel cielo per poi tuffarsi in quei gorghi lo adoro ancora di più. Difficile da quando ci sei tu, trovare il tempo per me è Marcello di stare assieme, di darci attenzioni, di dedicarci tempo. Immagino che sia una fase che attraversino tutti i neogenitori per cui non me ne sto facendo proprio un problema ma a volte la cosa mi impensierisce. Mi impensierisce perché mi domando se saremo in grado di fare in modo che questa sia, appunto, solo una fase o se invece l’abitudine ci porterà a vivere per sempre così, concentrati su di te piuttosto che sui di noi (e per noi intendo tutti e tre come un unico nocciolo). Mi domando quando riusciremo a ritrovare la nostra intimità e se, quando succederà, non sarà passato così tanto tempo da sembrarci strano. Mi domando se questa non diventi una prova di forza per la nostra relazione. É difficile, mio piccolo bimbo, trovare il tempo per te, per il lavoro, per le incombenze quotidiane e anche per noi. Sembra sempre un proposito che si può rimandare. Ogni sera mi stendo nel letto accanto a te pensando che non appena ti addormenterai io mi alzerò senza fare rumore per andarmi a stendere anche un po’ accanto a lui ma ogni sera, puntualmente, cantandoti la buona notte mi addormento anche io che sono piú stanca di te e così il buon proposito slitta alla sera successiva. Cosí arriva il momento in cui mi domando se anche Marcello si pone le stesse domande e, non cogliendone i segni, un pò rimango male. E allora mi domando anche se i piccoli malcontenti che possono accumularsi in questo momento della nostra vita non possano trasformarsi alla lunga in ombre piú profonde e piú difficili da gestire. Quante domande, mio piccolo bimbo, hai visto? Non c’è limite agli interrogativi che possiamo porci quando guardiamo in profondità dentro noi stessi ed é per questo che molti di noi semplicemente non lo fanno. Ma guardarci dentro mio piccolo, affrontare l’angoscia che ne può derivare, imparare a gestire i dubbi, le paure e il noi che non ci piace é fondamentale per vivere in pace e nella completezza di noi stessi, per vivere in profondità e trovare il senso piú autentico della nostra esistenza. Perché dentro di noi non siamo mai da soli, ci siamo noi e noi stessi, ci sono voci che si affrontano, che si oppongono, che desiderano cose diverse e che rendono difficili le scelte e queste ultime sono sempre alla fine una mediazione scaturita dal dialogo, a volte dallo scontro, tra questi tanti io. Molti vivono la loro vita cosí, senza conoscere tutti i propri io, senza dare ascolto alle proprie voci piú profonde ma accontentandosi di ascoltare solo quella di superfice e si può vivere così mio piccolo, ma il prezzo é alto, comporta l’accontentarsi, il rinunciare a inseguire le proprie aspirazioni e i propri desideri più profondi, il rinunciare alla felicità, infine. Perché possiamo essere veramente felici solo se riusciamo a essere veramente noi stessi.

“Tu pure! Tu pure gusterai la pace e il travaglio scrutando intimamente in te stesso. Oscuro come noi fummo e ugualmente sublime in faccia a tutti i venti e a tutti i mari, in una immensità che non accoglie impronte, che non serba memoria, che non si cura della vita.” J. Conrad

Radici

13339673_1030896870331333_8613495522131810635_nLa bellezza della Sicilia non si può raccontare e non si puó raccontare perché sta nella sua asprezza. Forse un poeta, un bravo scrittore, saprebbero dare parole ai suoi contrasti ma non una come me, una che ha nel cuore la bellezza del mondo e non la sa dire. Perché come si fa ad affermare nello stesso tempo che un luogo é arcigno e meraviglioso, che la sua gente é contadina e nobile, che i campi sono secchi e pullulanti di vita? Troppi controsensi, e cosí l’immaginazione di chi ascolta si confonde e vaga senza meta alla ricerca di un senso, di un significato. Ma un significato non c’é, é cosí e basta, e per capire bisogna vedere, toccare, immergersi. E come potrei dire poi che qui l’odore del fieno porta con se i profumi di tutti i fiori del mondo? Che la vecchia pietra crepata parla del suo passato e fa tornare bambini? Come potrei dire che quei profumi non muoiono, attraversano gli anni come uno spirito da evocare e ritrovare? Qui tutto é nero e tutto é giallo, perché questo é il luogo in cui la terra ha preso il sole per amante e qui essi si amano bruciando tutto nella loro passione. Non devo chiudere gli occhi per sentire sotto i piedi le nere zolle di terra riarse che calpestavo da bambina, per ritrovare le mantidi pronte ad afferrare la preda perfettamente mimetizzate coi gialli fili di paglia, per saltare malandrina sui frutti del cocomero asinino e scappare via per non sentirne la puzza e mi basta appena affacciarmi nella vecchia casa diroccata per vederci tutti a tavola a mangiare pane e formaggio di pecora mentre di la le donne governano il forno di pietra, spennano una gallina e lavorano farina e ricotta. É un passato che é qui, nel mio presente, e ancora entro nel pollaio in cerca di quella quotidiana magia che al mattino mi regalava uova calde di tutte le sfumature del rosa. E poiché se dalla natura prendi alla natura devi dare, dopo il ricco e saporito bottino mi premuravo sempre di ringraziare i polli con un meritato, lauto pasto. Il becchime si trovava appena fuori dal pollaio, in un vecchio fabbricato in disuso buio e traboccante di ragnatele ma profumato di mosto, di muffa e di granturco. La zia non lo sa ma ogni giorno andavo a sedermi un pò all’ombra delle rovine della casa mai terminata dallo zio Lillo. I passeri erano a centinaia, in ogni crepa del soffitto un nido, e andavano e venivano freneticamente per offrire cibo ai pulcini insaziabili e io, scampata al sole implacabile, li osservavo godendomi gli odori e la vita della campagna. Torno ai miei giorni, spingo pian piano la porta sul retro. Il forno é ancora li. Posso vedere le fiamme avvolgere la legna di quercia mentre tutto attorno si spande il profumo del pane. Come sempre nonna Caterina ha prodotto chili e chili di pasta fresca di ogni forma e dimensione, siamo tanti e ce n’é per tutti e ora é tutta lì distesa a riposare sui tavoli e sulle assi di legno disposte all’uopo. E io, avida di quell’oro, sollevavo furtivamente quelle lenzuola candide per tuffarmi nei colori e nei profumi della farina. Che rito, che magia ogni volta scoprire l’oro piú prezioso forgiato nell’unione del grano e dell’acqua. All’ombra del vecchio ulivo ci sono sempre sedie a sdraio pronte ad accogliere i nostri corpi accaldati e molli. É li che sedeva il nonno e i suoi figli dopo di lui e noi nipoti dopo di loro. I moscerini ci aspettano per darci la morte ma noi resistiamo stoicamente ad ogni loro attacco ronzante, nessuno ci toglierà il riposo pomeridiano. Se scavassi nella terra ai suoi piedi potrei ancora rinvenire qualche soldatino di plastica che destinammo alla guerra e alla sepoltura in quell’argilla impietosa. I noccioli delle olive erano bombe e le foglie cadute foreste e noi giocavamo senza sapere cosa la morte fosse davvero. Lo abbiamo imparato, poi. Al tramonto ci incamminavamo lungo la strada deserta e tornavamo carichi di finocchietto selvatico che usavamo per condire la pasta assieme all’olio crudo e profumato. Per anni ho cercato i fiori generosi di quell’aroma che rendeva speciale il nostro olio e il nostro vino e ancora oggi lo sento tra naso e bocca, attenta a non sciupare il ricordo per paura che svanisca. Guardo le cose abbandonate in terra e scovo un vecchio ferro di cavallo. Anni fa se ne stava appeso al muro indifferente alle cose di casa. Lo prendo, lo porterò con me, anche se i ricordi non hanno bisogno di oggetti per essere ricordati. Quante radici ho messo in questa terra, quanto di me sta ancora in questa casa e in quelle voci. Sento ancora quella di Totò, della zia Maria e di mia cugina Amalia, vedo i loro volti, sono tutti qui, nella mia testa, e continuano a conversare di politica, di lavoro e di vicende Sancataldesi in quella lingua gravida di storia che é il dialetto siciliano. Io sono seduta in mezzo a loro e come loro appartengo a questo forno caldo, a questa pietra accogliente, a questo pane giallo. Se pure tagli un albero, le sue radici rimangono nel terreno per sempre. Siamo nell’entroterra piú profondo e i gechi che s’ingrassano sulle pareti cotte dal sole sono neri come le pecore e i maiali dei Nebrodi, come le persone, la lava dell’Etna e i cani di mannara. Neri come le anime dei zolfatari, quegli uomini derelitti che fino a un cinquantennio fa scavavano come talpe nelle miniere di zolfo di Grottarossa, Pergola e Stincone, trasformando le montagne di San Cataldo in una specie di groviera. Cosí neri e cosí derelitti che neanche defunti potevano mettere piede in una chiesa e venivano poggiati davanti alla porta della casa del Signore senza potervi entrare, che neanche dopo la morte siamo uguali. E io che sono un’altra cosa scura confermo le leggi della genetica e allo specchio vedo tutto il mio sangue, dal naso, ai piedi, ai capelli, e in questo caldo infernale e arido mi ci ritrovo, lo sento condizione naturale, e quando i miei occhi si riempiono del giallo a perdita d’occhio di questi campi infiniti si appagano, hanno finalmente pace. Io il siciliano non lo so parlare ma il mio corpo si, parla di Sicilia, la mostra nei suoi piedi piccoli, nei suoi capelli crespi e nella sua pelle scura. La assapora con il naso e con il cuore, la cerca con le mani, con gli occhi, con la bocca. E vi ritorna, vi ritorna coi pensieri e, ogni tanto, con la carne. Richiudo alle mie spalle il vecchio portone di legno e mi incammino lentamente sui passi della realtà. Li dove ieri c’erano i Passeri oggi c’é la bella casa di Luca e li dove c’era il mosto e il granturco c’é la villa che fu di mia cugina Amalia. Nella vecchia casa il forno non arde da molti anni ed essa é abbandonata cosí come lo é il pollaio. Anche molti di noi non ci sono piú e appartengono a quel passato rurale. Li porto con me come quel vecchio ferro di cavallo e porto con me questo tuffo nel mio ieri, i ricordi, le voci, un sogno. Un sogno dorato di pasta fresca e profumato di pane e di legna di quercia, caldo e buono come le uova appena raccolte, fragile e avido come i pulcini dei passeri. Un sogno di terra e di grano.

Se siamo madri, lo siamo per tutti i bambini del mondo

E mentre tu sei qui di fronte a me e, qui ed ora, cresci nell’amore di tante braccia e nella ricchezza di tanti inutili oggetti, proprio contemporaneamente, nello stesso qui e nella stessa ora, a pochi, pochissimi chilometri da noi, altri come te, piccoli e pieni di sogni esattamente come te, muoiono annegati o dilaniati dagli squali. Alcuni tra le braccia della propria madre, almeno questo, altri completamente soli. Cos’hanno di diverso da me e te? Perché io e te meritiamo cosí tanto mentre loro il nulla assoluto? Per pura fortuna, mio piccolo amore, solo fortuna. La fortuna di nascere e crescere nella parte fortunata del mondo. Non quella giusta, solo quella fortunata, che nonostante la fortuna toccatale di giusto non ha proprio nulla. Già, perché proprio qui ed ora, anche di fronte a una simile tragedia, ci tocca sentire tanti fortunati come noi affermare presunte superiorità e credere ciecamente nelle frontiere e nelle chiusure e le loro parole, il loro animo acerrimo, é ancora più mortifero della tragedia stessa perché ti toglie anche l’ultima speranza, quella della pietà e dell’accoglimento che dovrebbe sgorgare dai cuori degli uomini e, ancor di più, delle donne che assistono all’ennesimo massacro annunciato. E invece no, invece gioiscono  e con le loro parole violentano anche  i morti. Ma noi, mio piccolo amore, siamo diversi. Tu sarai diverso. E insieme ai tanti come te (perché non perdere la speranza, ce ne saranno altri e saranno tanti, basterà solo trovarli), lavorerai giorno dopo giorno, nel tuo piccolo, a migliorare questa umanità ancora troppo acerba, ancora troppo ignorante. D’altronde siamo nati solo ieri. E se un giorno avrai la fortuna di non assistere più a simili tragedie ci sarò io a ricordarti i tuoi fratelli morti in questo ulteriore olocausto affinché continuino a vivere nel cuore di qualcuno e, soprattutto, non siano morti invano. E tu mio amore, saprai che nessun portatore di nuovi sogni e di nuove speranze deve essere fermato, che per ogni fratello che muore tutta l’umanità é colpevole, che esiste un solo mondo ed é di tutti e che non ci sono luoghi e fatti lontani, tutto ci riguarda. E per i tuoi fratelli, per i loro sogni, per le loro speranze, oggi noi siamo in lutto.

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Essere diversi

865heenwtn-adoro-quelli-che-si-sentono-fuori-posto-con-loro-mi-sento-sempre-nel-posto-giusto_bMio piccolo bimbo che stai per compierti, molto spesso nella mia vita ho riflettuto sulla diversità, fin da quando ero bambina, da principio temendone le ripercussioni, poi cogliendone la ricchezza. Io stessa ero una “diversa”, una “strana”, una “particolare”. Tanto per cominciare ogni santa domenica mia madre mi faceva il bagno, mi metteva a sedere sulla lavatrice e, armata di un bel paio di forbicione, dichiarava vittoria sui miei capelli neri e folti accorciandoli fino a scongiurare ogni rischio di ribellione. Qualche volta era così agguerrita che non le bastava  di averli domati e allora uscivo dal bagno con i capelli non solo cortissimi ma addirittura a spazzolino. Questo non poteva che conferirmi una certa mascolinità e a quell’età se sei femmina e porti i capelli così come minimo appari un pò strana. In più non sopportava i trucchi, i vestitini rosa, le scarpette lucide e tutto ciò che verrebbe comunemente definito “da femminucce”, così la mancanza di rosa, di fiocchi e di frusci, sommata ai miei capelli, mi rendeva decisamente maschia. Il fatto poi di essere stata cresciuta al riparo da qualunque condizionamento religioso e di non essere battezzata mi rendeva semplicemente un’extraterrestre agli occhi degli altri. Agli occhi di tutti gli altri. A questo si aggiungevano il mio carattere riservato, il mio smisurato amore per i libri, per la natura e per gli animali, la mancanza di una tv in casa, e quella solitudine che, già all’epoca, si affacciava nella mia vita. Cosa c’entra tutto questo? C’entra perché il mio carattere riservato si traduceva in una socializzazione puntiforme e selezionata: all’interno della classe non socializzavo con tutti ma solo con quei due, tre bambini che mi erano più congeniali; il mio smisurato amore per i libri, per la natura e per gli animali, insieme alla mancanza della tv nella nostra casa, mi rendevano completamente disinteressata e disinformata rispetto alla gran parte delle cose che interessavano agli altri bambini. Non conoscevo gli ultimi giochi, le ultime serie, guardavo i cartoni solo un’oretta del pomeriggio dalla nonna e l’unica cosa che desideravo fare era starmene in giardino (dove i giochi li inventavo da me) e, la domenica, andare nel bosco con mia madre. Tornavamo sempre a casa con un bel mazzetto di ciclamini e con un carico di esperienze e osservazioni che gli altri bambini, più cittadini, non potevano neppure immaginare. Del resto io non ci provavo neppure a raccontare del ragno peloso che mi si era arrampicato sui pantaloni o del lombrico che avevo scovato tra le foglie marce, di certo il più lungo del mondo! Certo, avevo anche io dei giochi, ma erano pochi e li usavo ancor meno. Più che altro mi piaceva mettere ogni volta che potevo un soldino nel salvadanaio e, quando arrivavo più o meno a 20.000 lire, raccoglievo tutte quelle monete in un sacchetto e andavo al negozio di giocattoli vicino casa a scegliere il gioco che mi ero meritata, di solito un peluche o una Barbie. Infine già all’epoca mia madre e mio padre non c’erano mai, lavoravano fuori casa tutto il giorno, io rientravo sola da scuola (gli altri bambini al contrario avevano sempre qualcuno che li attendeva all’uscita) e trovavo una casa vuota e buia, le imposte chiuse e assolutamente niente sul fuoco. Stiamo parlando della scuola elementare ma ero già perfettamente in grado di cucinarmi qualcosa di semplice, così a mangiare mangiavo, ma i compiti… ecco, ero una a cui nessuno faceva vedere i compiti e così, semplicemente, non li facevo. E questo mi rendeva diversissima dagli altri bambini perché ai loro occhi, e anche agli occhi degli adulti, se non fai i compiti sei un bambino cattivo. Se poi sei femmina la cosa diventa assolutamente imperdonabile. Mi sono sempre domandata perché poi all’epoca ancora non andassi a mangiare dalla nonna… non l’ho mai chiesto ma suppongo che mia madre non volesse far pesare a Nonna Margherita la sua assenza e la nostra presenza. Solo più tardi cominciai a stare da lei. Più tardi, già, quando ormai quella strana situazione si era caricata di consapevolezza e aveva cominciato a generare un flusso continuo e crescente di sofferenza, solitudine, senso di abbandono, vuoto incolmabile ecc. Ah, e non dimentichiamo l’abbigliamento! A casa di soldi ne giravano pochi, a volte non ne giravano affatto e io ero l’ultima di 6 cugini. Il risultato? Ero l’ultima ad indossare gli abiti comprati dalla prima e passati di cugino in cugino fino a me. Fuori tempo, fuori moda, a volte anche fuori taglia. E fidati se ti dico che si vedeva. Si vedeva così tanto che in prima media le compagne di classe, tutte più perfette di me, tutte più normali di me e tutte già instradate sul cammino dell’omologazione, mi etichettarono come una pezzente. Quel giorno tornai a casa piangendo e scongiurai mia madre di farmi cambiare classe ma non osai dirle il motivo, ero troppo orgogliosa e già il solo fatto di piangere e avanzare una simile richiesta mi mortificava fin dentro il midollo. Così sono rimasta in quella classe per i due anni e mezzo che rimanevano per finire le scuole medie. E non parliamo delle vacanze! Tutti d’estate andavano in vacanza, tutti tranne io, così a settembre, quando ci si rincontrava e si faceva a gara a raccontarsi la propria strabiliante estate, io mi ritraevo e cominciavo l’anno così, in solitudine. Ovviamente un tale percorso non poteva  a che rendermi un tantino introversa. Il mio abbigliamento, unito a tutto il resto (tranne i capelli, che intanto ero diventata abbastanza grande da impormi almeno su quello e avevo deciso di farli crescere), dava un quadro disastroso che da nessun altro adolescente poteva essere perdonato. Per fortuna non avevo i brufoli ed ero carina. Gli altri si, li avevano, ed erano brutti. Punto a favore, almeno non chiudevo la partita proprio a zero. Ma insomma quello che voglio dire è che io mi sono sentita diversa per tutta la vita, e non solo diversa ma disadattata. E non solo mi ci sono sentita… lo ero, lo ero a tutti gli effetti! Ho passato tutta la vita a sentirmi fuori posto fra gli altri, non c’era contesto sociale in cui mi sentissi a mio agio se non la famiglia di mio padre in Sicilia, che viveva in campagna e faceva cose molto più simili a quelle che facevo o che avrei voluto fare io. Quando ero li trascorrevo lunghe ore da sola ad osservare i passeri, le mantidi e le zolle di terra nera e trovavo la mia pace così, in solitudine, cullata dai suoni, dai profumi e dai colori della natura. Passavo molto del mio tempo in una dimensione interiore da cui studiavo attentamente il mondo, le persone e i loro modi di comportarsi, di reagire, di valutare (il più delle volte di giudicare), ero un’osservatrice attenta di tutto ciò che succedeva attorno a me e ne coglievo le sfumature e proprio questo mi dava un contatto col mondo che molti altri non avevano. Mi rendevo conto che molti vivevano in superficie e misuravo il mio vivere in profondità, percepivo di trovarmi su un piano sfalsato, quasi in una dimensione parallela ed ero consapevole del fatto che la mia realtà, sebbene vissuta nello stesso tempo e negli stessi luoghi, non era la stessa realtà che vivevano gli altri. Capivo che ero diversa e lo capivano anche loro e tutti gli sguardi, le sottolineature e i bisbigli, alla lunga, hanno cominciato a farmi apparire quel mio essere differente come qualcosa di negativo. Così da più grande, nel periodo delle scuole superiori, ho cominciato a lasciare sulla strada me stessa nel tentativo di conformarmi e di apparire normale. Per qualche anno ho dimenticato la natura, i libri, l’interiorità e ho cominciato a fare ciò che facevano i miei coetanei: andare in discoteca, uscire, fare cose con i ragazzi ecc. Ma non ero io, mio piccolo bimbo che stai per compierti, era solo un’ombra di me e non ha funzionato, perché ciò che sei ritorna sempre e ritorna prepotentemente, creando rotture e sofferenze. Così mi sono ripresa la mia diversità, che in tutta onestà mi sembrava meglio di quella vita di superficie, e ne ho fatto una bandiera. Da quel momento in poi ho fatto pace con me stessa e mi sono messa a seguire la mia strada nonostante tutto, nonostante tutti. Ho lasciato la scuola, ho cominciato a lavorare e ho fatto ogni genere di lavoro e con i pochi soldi che guadagnavo me ne andavo in montagna la domenica, acquistavo le mie prime guide di campo e, per un pò, ho anche avuto un cavallo, ma prima di questo mi sono fatta bocciare un paio di volte altrimenti tua nonna non mi avrebbe mai consentito di abbandonare gli studi. Poi mi sono resa conto che se non avessi finito il mio percorso scolastico non sarei stata mai nessuno e avrei lavorato tutta la vita per un padrone, così senza smettere di lavorare ho ripreso a studiare e ho conseguito il diploma studiando da privatista. Poi addirittura mi sono iscritta all’università, a Scienze della Natura ovviamente, e dove altrimenti? Intanto, per mantenere la mia indipendenza economica e psicologica da mia madre, continuavo a sgobbare tutti i fine settimana in un ristorante e, sempre nei fine settimana, di giorno facevo volontariato nell’Oasi di Persano. Volontariato che pian piano si è trasformato nelle prime attività lavorative, nel primo contrattino ecc. Ovviamente, con tutte le cose che facevo, non brillavo negli studi e studiavo praticamente solo quello che mi piaceva e, altrettanto ovviamente, tua nonna vedeva solo l’aspetto negativo legato allo studio, non quello positivo legato al lavoro, all’esperienza e all’aver trovato una dimensione più mia. Non hai neanche idea delle critiche e dei giudizi che ho dovuto sopportare quando ho cominciato a impegnarmi nelle Oasi. Tutto ciò che facevo agli occhi di mia madre era una perdita di tempo, una sciocchezza, un’inutilità. E questo, ovviamente, non poteva non farmi soffrire. Tua nonna, dopo avermi cresciuto nella diversità, all’improvviso avanzava la pretesa che io mi trovassi un lavoro normale! O peggio, che conducessi una vita normale! Ma io ero un cavallo di razza piccolo mio e una volta al galoppo chi poteva fermarmi? Così ho corso, ho corso come non avevo mai fatto prima inseguendo le mie passioni, i miei sogni e il genere di esistenza che volevo condurre e ho vinto. Ho vinto una vita che è proprio la mia e una me in pace con le proprie decisioni. Ho vinto tutti gli amici che oggi mi circondano, il contesto sociale ricco e movimentato che io stessa mi sono costruita e nel quale, finalmente, mi sento a posto, il lavoro che volevo, una vita a contatto con la natura, il legame con Marcello e, oggi, vinco anche te. Quando penso a te però tutto questo un po’ mi preoccupa. Dal primo momento in cui hai preso forma dentro di me mi sono interrogata su che effetto avrà su di te e sulla tua vita la mia diversità e su quanto tu stesso sarai differente dagli altri bambini. Anche tu ti sentirai fuori posto, disadattato? Anche tu ti sentirai sempre altro? Temo proprio di si, perché già da ora che ti porto in grembo non sei un bimbo con una vita normale. Probabilmente nessuno dei compagni che incontrerai a scuola sarà tanto vagabondo quanto te, nessuno vivrà come te sempre con uno zaino in spalla, sempre avanti e indietro tra l’Oasi, casa, casa di nonna a Salerno e quella di nonna a Mugnano, borghi, riserve e montagne e probabilmente nessun tuo coetaneo avrà il bagaglio di esperienze che avrai tu perché mentre la maggior parte di loro sarà costretto a una vita tra casa, palestra e feste al chiuso, tu sarai libero di crescere con le stelle sulla testa e le mani sporche di terra, col sapore della pioggia in bocca e il fresco del vento tra i capelli, saprai cosa vuol dire tuffarsi nell’acqua gelida di un fiume e camminare a piedi scalzi nell’erba, correre in bici sotto un acquazzone e dormire in una tenda durante un campo di inanellamento in montagna, avere per compagne le altre specie e  per palestra la natura e a differenza di molti di loro vedrai il mondo, tutto il mondo, come un caleidoscopio di meraviglie da scoprire e non come un crogiolo di pericoli da cui sottrarsi. Crescerai nella consapevolezza che ciò che é diverso da te è bello e affascinante e che se tutto fosse uguale non ci sarebbe divertimento e non ci sarebbe stupore, che questa diversità sostiene la vita, che niente e nessuno è migliore o più importante di nessun altro e che siamo tutti portatori di ricchezza, quali che siano le nostre forme, i nostri colori e le nostre scelte. Mio piccolo bimbo che stai per compierti, avrai la forza di cercare te stesso? Sarai in grado di accettare e apprezzare questa tua diversità cosí come quella degli altri? Di farne la tua forza, di avere il coraggio di viverla? Sarò in grado io di accompagnarti su quel sentiero che per prima ho percorso? Sarò capace di farti capire che quanto più esso è tortuoso, quanto più ti ferisce i piedi, tanto più dolci saranno i luoghi in cui ti condurrà? Oggi ho trovato questo articolo, scritto da un papà che si stava interrogando come me sulla diversità di se dagli altri genitori e del proprio bimbo dagli altri bambini ed è stato bello leggere le sue parole, sapere che ci sono genitori che, come me, comprendono il valore di questa diversità e seguono la propria strada nonostante tutto tutto, nonostante tutti. Forse tu sarai coraggioso e consapevole di te stesso proprio come il suo bambino e forse io sarò coraggiosa e consapevole proprio come lui. Fino ad allora sarà su quel sentiero che ci incammineremo, perché senza la diversità questo mondo neppure esisterebbe.

Un pensiero da Budapest

IMG_20170404_162818Mio piccolo bimbo che stai per compierti, oggi il tuo papà è tornato da un breve soggiorno a Budapest e ci ha portato questo bellissimo pensiero. Bellissimo perché ci siamo io e te, insieme, ma bellissimo soprattutto perché io e te, insieme, eravamo nei suoi pensieri. Al ritorno dai suoi viaggi mi ha sempre portato qualcosa, a volte una calamita (sono tutte appese li, sul nostro frigorifero, e presto potrai vederle e toccarle), a volte una t-shirt, a volte un paio di orecchini, insomma, ha sempre pensato a me. Ma questa volta il suo viaggio è stato diverso perché nei suoi pensieri c’eravamo noi. Anche per me è stato diverso perché c’eri tu ad aspettarlo con me e quando finalmente stamattina è tornato lo abbiamo abbracciato assieme. In questi ultimi giorni ho sorriso molto. Tua nonna Rosaria questa domenica ha compiuto gli anni, così sabato ho fatto la borsa, ho messo pettorina e guinzaglio a Nembo e siamo partiti per Salerno. Ancora non ho l’auto quindi ci siamo andati in metropolitana – treno – altra metropolitana, io, tu e Nembo, e lo stesso abbiamo fatto al ritorno. Mentre passavamo da una stazione a un’altra mi sembrava di poter uscire fuori da me per vedermi dall’esterno e l’immagine che mi si componeva davanti agli occhi era bellissima e felice: una donna, un pancione e un cane in giro per la Campania e il mio pensiero è volato a quando tu sarai tu, non più un pancione, e ce ne andremo in giro per stazioni, aeroporti e città. Altra immagine in formazione: una donna, un uomo, un bimbo e un cane vagabondi alla conquista di nuovi luoghi e nuovi paesaggi. Perché è questo che siamo, dei vagabondi. E lo sarai anche tu. Non facciamo altro che andare in giro, sia per lavoro che per svago, abbiamo sempre un borsone tra le mani e Nembo tra i piedi e la sensazione continua di traslocare. Ti piacerà questa vita! Avrei voluto mostrare a Marcello quell’immagine stupenda che avevo davanti a me, mi sembrava di poter allungare la mano e toccarci, eravamo già tutti e quattro li, tutti e quattro reali, un futuro già presente, un futuro meraviglioso. E sorridevo, camminando, senza un motivo apparente. E’ da quando sono bambina che sono una vagabonda, ce l’ho nel sangue e amo questa vita, non avrei potuto viverla diversamente e sebbene alle volte ci si senta un po’ stanchi la voglia di fermarsi dura solo un istante, per poi lasciare il posto a una rinnovata necessità di muoversi e viaggiare. Per la maggior parte delle persone dovrebbe essere arrivato il momento per me di fermarmi, di rimanere a casa, di riposarmi e di passare ad una vita normale ma proprio il fatto che stai arrivando tu mi ha dato nuova linfa, nuova carica, nuova voglia di girare per permettere anche a te di scoprire il gusto del viaggio, della scoperta, del cielo sulla testa, dell’imprevisto e, alla fine, del riposo. Solo così potrai amare e desiderare ogni singolo luogo del mondo, con le sue contraddizioni e le sue diversità, superando la stupida convinzione che una cultura sia meglio o peggio dell’altra. Solo così potrai capire che la vera sicurezza non sta nell’avere un tetto, sempre lo stesso, sulla testa, ma nella consapevolezza di essere in grado di affrontare qualunque imprevisto, qualunque novità, qualunque sfida. Solo così imparerai che ogni febbre serve a renderci più forti, che ogni caduta ci insegna a stare meglio in equilibrio e che ogni esperienza apparentemente negativa reca con se il seme di un apprendimento. Tutto questo ho imparato nel mio continuo vagabondare e l’ho imparato prestissimo, grazie a mia madre che, esattamente come me, non ha mai pensato che una donna incinta sia una donna in condizioni di svantaggio o che un  bimbo piccolo sia una una creatura da difendere nella fortezza di una casa. E tutto questo mi è servito per affrontare a testa alta tutte le difficoltà che, dopo, la vita mi ha riservato. La forza che ho mostrato a me stessa nel superare le macerie della guerra tra i miei genitori e poi nel perseguire ad ogni costo la mia strada, è stata così grande che di tanto in tanto ho creduto di essere invincibile. Ma non lo ero e le fratture che mi portavo dentro prima o poi dovevano cedere. E’ successo tra il 2011 e il 2012, quando la stanchezza per la morte di nonna Margherita, di Blu e di Nina, per i problemi di salute di mia madre e per le difficoltà economiche che affliggevano sia lei che me hanno preso il sopravvento. E’ allora che sono crollata, e nella maniera peggiore. Gli attacchi di panico si sono impadroniti di me e improvvisamente quella luce che mi portavo dentro si è spenta lasciandomi in balia del buio totale, così totale da creare il vuoto assoluto e da farmi desiderare di morire. In quell’oscurità mi convincevo che non sarei mai più tornata alla vita, che nessuna luce si sarebbe mai più riaccesa e che nulla avrebbe mai più potuto significare qualcosa. All’inizio mi sembrava di morire, quegli attacchi si presentavano ovunque e in qualsiasi momento della giornata e, in qualunque situazione mi trovassi, la sequenza era la stessa: sgomento, tremito smisurato, cuore a mille, impossibilità di deglutire, paralisi totale delle gambe e lacrime. Così accadeva di ritrovarmi in queste condizioni nel bel mezzo della stazione di Napoli, in metropolitana, mentre facevo la spesa ecc. Alcune cose erano diventate impossibili da fare: andare in auto, mangiare cibi nuovi, bere bevande alcoliche… il panico si legava alle cose più normali, proprio a quelle che avevo sempre fatto, rendendomi praticamente un’inetta. Ovunque andassi calcolavo la distanza dall’ospedale più vicino e costruivo nella mia mente la mappa delle strade che mi ci avrebbero condotto nel più breve tempo possibile, non mi azzardavo più a bere una birra e vivevo nell’angoscia totale ogni più piccolo spostamento in auto. Ma la pianta cresce anche al buio e quello che non sapevo è che i semi della forza e dell’indipendenza gettati nella mia prima infanzia erano li, pronti a germogliare ancora non appena avessero percepito la più piccola goccia d’acqua, non appena avessero trovato una motivazione. Così piano piano, dando la mano a me stessa come avevo imparato a fare negli anni della separazione, ho compreso i motivi più profondi di quel cedimento e ho imparato a vivere in compagnia di quel panico rendendolo poco a poco più umano, fino ad imparare a conviverci come si fa con un membro della famiglia con cui non si va per nulla d’accordo ma col quale tuttavia, stando sotto lo stesso tetto, bisogna avere a che fare. Pian piano l’ho umanizzato e reso piccolo, sempre più piccolo fino a riuscire a rinchiuderlo in una scatolina. Ma era con me, non me ne separavo mai. Così quello che è seguito a quegli anni di buio non è stato benessere, piuttosto uno stare a galla. Non serenità, piuttosto un equilibrio precario. Dovevo controllare continuamente che quel parente antipatico non mi facesse lo scherzo di uscire dalla scatola ed era faticoso, assorbiva le mie energie e non me ne lasciava per tornare alla vita felice e produttiva che facevo prima. La mancanza di una motivazione non mi spronava a fare di più, a raggiungere nuovi traguardi. Tutto sommato mi trascinavo. Fino a quando non sei arrivato tu. Quando ho scoperto di te il mio primo pensiero è andato a quella scatola, temevo che le paure e le preoccupazioni legate alla tua presenza avrebbero nuovamente scatenato il panico, che esso non mi avrebbe consentito di essere un adulto in grado di fare il genitore, che non mi avrebbero permesso di avere l’equilibrio che ci vuole per crescere un bambino ma era esattamente il contrario. Più tu ti facevi strada dentro di me più io guardavo quella scatola come qualcosa da cui potermi separare. Più tu diventavi reale nel mio corpo e nella mia mente più io recuperavo me stessa e quella forza che mi sembrava di aver perso. Tu eri acqua e luce e quei semi si preparavano a germogliare di nuovo. Tu eri la motivazione più profonda che potessi trovare e quella positività che mi era propria si preparava a investirmi come un onda di piena che arriva solo ogni cent’anni ma che, quando arriva, sconvolge un intero territorio cancellando le brutture costruite dall’uomo e rinnovando la vita della natura. Come quell’onda di piena hai cancellato il panico e la stanchezza e ora che il fiume è calmo nuovi semi stanno germogliando. Non so se sia così per tutte le donne ma questa mia gravidanza, questa mia attesa di te, è stata energia pura e finalmente, dopo 5 anni di non me, insieme a te sto venendo alla vita anche io, alla mia vita, e non c’è più niente che possa fermarmi. Sono determinata a gettare in te quegli stessi semi che hanno sostenuto la mia esistenza per renderti forte allo stesso modo e di più, per sapere che se un giorno cadrai avrai come me la capacità di rialzarti, per insegnarti che quanto più profonda è stata la tristezza tanto più grande sarà la felicità.

Oggi è San Valentino

cuoreMio piccolo incompiuto bimbo, oggi è San Valentino, la festa degli innamorati, e io mi sento sola. Mi sono sentita così gran parte della mia vita ma ora che tu stai per compierti e che dovrebbe essere uno dei momenti più belli non è così che dovrei sentirmi, c’è qualcosa di profondamente sbagliato. Vorrei tanto poter parlare di te, condividere i pensieri, le fantasie, i progetti per il nostro futuro, sognare ad occhi aperti, fantasticare ad alta voce ma come è sempre stato anche adesso, in questo attimo così speciale, tuo padre è… nel suo mondo lontano, fatto non so di cosa. Non una parola su di te, non una fantasia, non so come ti immagina, come ti vorrebbe, se sta pensando al tipo di padre che vuole essere, se ti pensa con gli occhi azzurri o neri, con la pelle chiara o scura, magro o grassottello… non so nulla, non parla, e quando provo a farlo io lascia morire il dialogo dopo pochi secondi. Anche quando parlo di te con tua nonna e Giuditta, le uniche che sembrano interessate all’argomento, lui è assente, ci mette una frazione di secondo ad estraniarsi, a svanire nel nulla.  Lui è li ma tu lo vedi che non c’è, lo vedi che è altrove. Vorrei tanto sapere dove va, cosa c’è in quel suo mondo… non so neanche se io e te siamo con lui o no. Vorrei un suo sguardo, una sua parola, un suo sogno, vorrei che mettesse le sue mani sulla mia pancia che cresce, dalla quale si tiene invece lontano come se fosse qualcosa di repellente, vorrei che provasse a sentire se ti muovi come faccio io ogni due minuti, vorrei che la sera amasse addormentarsi con noi due tra le braccia piuttosto che sul divano da solo davanti alla tv. Non una sera, da quando viviamo sotto lo stesso tetto, ha preferito me alla televisione. Mi chiedo se alla fine dei suoi giorni, durante quegli ultimi famosi 5 minuti in cui passiamo in rassegna l’intera nostra esistenza, ricorderà i film che ha visto e le sere passate ad addormentarsi da solo sul divano o se rimpiangerà di non aver trascorso anche solo un attimo in più tra le braccia di un’altra persona. Anche questa stanzetta che ho arredato per te è frutto della mia solitudine. Da sola l’ho trasformata da un deposito a una camera, da sola ho trovato un posto per ogni oggetto, da sola ho tolto la polvere da ogni singola mensola, da sola ho montato i mobili e da sola ti ho immaginato qui dentro, su questo tappeto rosso su cui amava riposare Nina e su cui ora ama riposare Nembo. Anche quando gli ho chiesto di andare a comprare gli ultimi mobili, domenica pomeriggio, anche allora ho pianto. Siamo andati, certo, ma di fretta e subendo la sua faccia seccata perché è domenica, perché c’è folla, perché c’è traffico, perché aveva altro ha da fare e quell’atteggiamento di chi ti accompagna, non di chi fa qualcosa assieme a te. Così anche questo mi è sembrato di fare da sola, sebbene lui fosse li con me.  Quanto avrei voluto che invece sorridesse e dicesse “Si, dai, andiamo a comprare i mobili! Andiamo a guardare il lettino in cui dormirà, a cercare un tavolino abbastanza piccolo da consentirgli di sedersi e disegnare, andiamo a immaginarci la cameretta in cui crescerà! Che ci importa della folla? Ci siamo solo noi tre! Quello che ho da fare lo farò dopo o domani!”. Già, perché tanto c’è sempre qualcosa da fare, qualunque giorno, ora o mese che sia e tutto sembra sempre più imminente ed importante. Neanche ci provo a chiedergli di tornare da ikea per comprare anche una sediolina a misura tua, il fasciatoio, qualche peluche che attenda il tuo arrivo insieme a noi… immagino già quanto sarebbe felice di una simile richiesta… Lui neanche si è accorto delle lacrime. Così andiamo avanti, io a pensare costantemente a te, a provare a sentirti toccandomi continuamente la pancia, a guardarla crescere allo specchio, a cercare su google informazioni e immagini su di te a questo stadio della gravidanza, a leggere tutto ciò che potrà servirmi a migliorare come mamma, a sognare di poter sognare di te con qualcuno; lui… chi sa. E io mi sento sempre peggio, sempre più isolata, e piano piano comincio a considerarti più mio che nostro, comincio ad abituarmi all’idea che lui è e sarà proprio come la maggior parte degli uomini che conosco: un padre che si occupa di fornire il materiale, niente di più e assolutamente altro rispetto al compagno e al padre che vorrei per mio figlio. Non abbiamo ancora neanche scelto il tuo nome e da un pò non provo neanche più a intavolare la discussione. Mi sono accorta che, semplicemente, non sente il bisogno di farlo. Non sente il bisogno di chiamarti fin da ora, di familiarizzare con te attraverso il tuo nome. Non una volta ne ha parlato lui per primo. Anche questa casa, non c’è stata nessuna cura da parte sua, nessun desiderio di renderla più simile a noi, mai una volta che sia stato lui a dire “appendiamo questo quadro, proviamo a spostare questo mobile, andiamo a comprare qualcosa per arredarla meglio”… mai. Viviamo qui da due anni e gli oggetti pesanti, quelli che io non posso appendere da sola, sono ancora a terra, poggiati li come fossero stati messi in soffitta, ricoperti di polvere e di incuria. Una volta sistemati divano e tv la casa è stata arredata, tutto il resto non conta. E questa polvere che si accumula sugli oggetti si accumula anche dentro di me, questi oggetti abbandonati in terra sono il senso di abbandono che provo io. Da quanto tempo non mi guarda con amore o con desiderio, anche quel bacio sulla fronte che mi donava quando andava via al mattino presto o quando tornava la sera tardi e io ero ancora o già a dormire ha lasciato il posto a… a niente, semplicemente non c’è più. Io facevo finta di dormire ma lo aspettavo quel bacio, proprio come da bambina mi addormentavo nel letto dei miei aspettando che mio padre, rientrando a notte fonda, mi prendesse tra le sue braccia per riportarmi nel mio. Anche allora facevo finta di essere addormentata ma, al contrario, ero vigile e pronta ad assaporare quel momento fino in fondo, perchè la magia, l’amore che si celava in quel gesto stava proprio nel fatto che chi lo faceva lo faceva col cuore, perchè voleva farlo e non perchè si aspettasse una reazione in cambio. Quando mio padre smise di farlo io persi ciò che di positivo mi restava di lui. Non so se dopo quell’ultima notte ci siamo mai più abbracciati. E ora che anche Marcello ha cominciato ad andare via o arrivare così, nell’indifferenza, ancora una volta mi sembra di perdere l’unico uomo per il quale mi ero concessa di essere debole. Le vecchie ferite si riaprono lasciando spazio a nuovi e insopportabili vuoti, l’incubo dell’abbandono ritorna. Sento così tanta lontananza e tutto il peso del suo giudizio negativo su di me; sento sempre più spesso e con vivida consapevolezza che, semplicemente, non mi sopporta. Mi risponde male davanti ad altri, lo infastidisce ogni cosa che dico che non sia in linea con ciò che sta dicendo lui, fa quello sguardo di chi sopporta se chiedo qualcosa e mi accusa di essere una con cui non si può parlare, di voler avere ragione, mi critica se ho più voglia di stare da sola, se non ho la pazienza di ascoltare gli sfoghi degli altri… la comprensione non è mai senza se e senza ma, c’è sempre qualcosa di sbagliato in me. Sono asociale quando non ho tanta voglia di vedere gente, sono pesante se ogni tanto non ho voglia di ascoltare, sono sempre qualcosa che non è qualcosa di positivo. È mortificante. Ogni volta che dice e fa una o più di queste cose io perdo un po’ di autostima, cado un po’ più giù, mi sento un po’ più male. Mi sento così pesantemente giudicata, così pesantemente messa in discussione. E ogni volta che mi muove queste accuse è peggio, ci metto sempre più tempo a riprendermi, sono  meno resiliente. L’ultima volta sono letteralmente crollata. Anche come donna mi sento messa in discussione. Ho provato ad adeguarmi io a lui, a sedermi sul divano accanto a lui fino a tarda notte, ma anche così tutte le volte che mi sono alzata per andare a dormire lui non è venuto con me. E io come donna muoio, muore il bisogno di sentirmi desiderata e la consapevolezza che c’è qualcuno che ama addormentarsi con me, che ama tenermi tra le braccia e fare l’amore. Da quanto tempo non mi chiede di fare qualcosa assieme, non mi porta da qualche parte. Ultimamente è capitato un paio di volte che abbia detto “facciamo un viaggio, andiamo qui, andiamo li”, ma poi ha subito chiesto se poteva coinvolgere anche i suoi amici. A me non dispiace fare qualcosa con loro e dico di si, ma come non pensare, considerato tutto il resto, che in fondo in fondo la verità è che la voglia di fare qualcosa con me e solo con me è ormai solo un ricordo. Così questa cameretta che domani sarà il tuo nido oggi è diventata il mio rifugio, vi trascorro il mio tempo tra lavoro, musica, letture nello sforzo di sentirmi se non serena quantomeno rilassata. Questa cameretta che domani sarà il tuo nido non sarà abbandonata, non permetterò alla polvere di accumularsi qui dentro, non lascerò nessun oggetto ad attendere a terra, sarà come tutta la casa dovrebbe essere: piena di cura, di progetti, di sogni.  Anche Nembo l’ha amata subito. Fino a prima di arredarla non vi metteva neppure il naso, ma ora, quando è a casa, trascorre le sue ore qui dentro con me ed è felice quando, dopo aver trascorso tanto tempo al pc, mi siedo sul tappeto con lui, così come farò con te, per giocare e coccolarci. Credo che anche lui ami questa sensazione di casa che c’è qui dentro, questa dimensione di cura, questo calore che ho messo nei colori, nelle lampade accese, negli oggetti che ho appeso alle pareti. Ora lui comincerà a vedermi così triste e proverà a tirarmi su con qualche piccola sorpresa, venendo più spesso a darmi un bacio, facendomi qualche piccolo dispetto simpatico e probabilmente io, come sempre, metterò una nuova maschera e farò finta che tutto è tornato a posto, ma ai motivi profondi di questa solitudine non sarà posto rimedio e l’angoscia tornerà. Lei torna sempre. Mio piccolo bimbo incompiuto, quello che invece vorrei è che tuo padre mi dicesse “pensa come sarebbe bello se avesse i miei occhi e la tua pelle scura” oppure “andiamo a comprare una lavagna su cui possa scarabocchiare!” o ancora “dai, alzati, ti porto al mare!”, che cominciasse a parlare con me, che uscisse un po’ più spesso da quel suo mondo nascosto o che mi prendesse per mano e mi facesse entrare, che guardasse  me e la mia pancia con occhi innamorati, che smettesse di giudicarmi. Continuo a sognare un compagno che guardi crescere la mia pancia assieme a me e che la accarezzi immaginando di accarezzare te, che fantastichi di te, che parli con me di che tipo di padre vorrebbe essere, che si informi su ciò che riguarda il suo bambino, dai pannolini all’educazione…ma questi, al momento sono sogni dolorosi. Sono stanca di dirmi che lui è fatto così, che è sempre stato così, non me lo voglio più ripetere. Voglio solo che tu nasca per mettere fine a questo senso di solitudine che mi angoscia. Sarai mio figlio? O sarai nostro figlio?

Un bambino arcobaleno

bambini_arcobaleno_coverLo sai? Alcuni bambini sono chiamati “bambini arcobaleno”. Sono quelli che nascono dopo un una brutta vicenda, come un aborto o una morte prematura, portando la luce dopo la tempesta nella vita di una famiglia che ha dovuto affrontare dei momenti così difficili. Rappresentano quindi per le loro mamme la luce che arriva dopo la tragedia, come l’arcobaleno dopo una tempesta. Ecco perché sono detti così. Io prima di te non ho avuto nessun aborto, tu sei proprio il primo, ma anche io ero e sono in sofferenza. Sono in sofferenza perché anche io ho perso una persona cara, quella che per me era la famiglia, le radici, e benché ormai sia passato del tempo, da allora la mia vita è rimasta vuota. Dopo la sua morte, sfogliando le poche cose che di lei erano rimaste, ho trovato una lettera che le scrissi quando divenni maggiorenne. Era una lettera appassionata e sofferente, una lettera d’amore per lei che amavo più di ogni altra cosa al mondo ma da cui sapevo di dovermi presto separare. Margherita era malata, era solo questione di tempo. Così in quella lettera le dicevo quanto fosse stata importante la sua presenza nella mia vita e quanto la amavo e le dicevo, anche, di sapere che quando lei se ne sarebbe andata io sarei rimasta sola. Sembra una di quelle tragedie che uno fa nel pensare a cose che non sono ancora avvenute ma che poi, quando avvengono, così tragiche non sono e magari è proprio questo ciò che ha pensato lei nel leggere quelle mie meste parole ma io, che ho ritrovato quella lettera diversi anni più tardi, mentre leggevo pensavo a quanto avessi ragione all’epoca, a quanto fosse stato lucido quel mio presagio. Era ed è così, Margherita ha lasciato in me un vuoto incolmabile che ora è ancora più forte di prima perché è con lei più che con chiunque altro che vorrei condividere la gioia per il tuo arrivo. Non è il primo vuoto che qualcuno ha lasciato nel mio cuore, ce ne sono stati altri, ma la differenza è sostanziale: questi altri lo hanno fatto pur essendo in vita, mentre lei lo ha fatto andando via per sempre. Non c’è stata scelta ne’ possibilità di recuperare. E io sono rimasta sola così come avevo anticipato a lei e a me stessa. Non che nella mia vita non ci siano altri che amo, ce ne sono e non sono neanche così pochi, ma lei era una parte di me, era la luce che avevo acceso nei momenti più bui, era un angelo discreto e delicato che sosteneva la mia esistenza con la sua, così, solo col suo esserci. E dopo aver conosciuto un angelo ed aver riposato nella sua luce come puoi sopravvivere nella sua assenza? Ecco perché quando ho letto di questi bambini arcobaleno ho pensato a te. Anche tu arrivi dopo una grande sofferenza e un grande vuoto, anzi, durante, e anche tu porterai la luce dopo la tempesta in questa mia vita piena di momenti così difficili; anche tu, per me, sarai un arcobaleno. Io, dal canto mio, cercherò di illuminarti con quella stessa luce con cui lei ha illuminato me.